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Le attrezzature di pesca

Sono diversi gli strumenti da pesca diffusi presso i pescatori del Lago di Bolsena che possono essere raggruppati in cinque categorie:
reti da parata, reti da circuizione, reti coniche, reti a strascico, strumenti provvisti di amo.
Sino agli anni 50 del XX secolole reti venivano tessute artigianalmente, soprattutto dalle donne dei pescatori, con filo di canapa, servendosi del modano (detto localmente "modìo" ) ricavato spesso da un tratto doi fusto di canna comune, e di grandi aghi in legno o metallo come la "cocélla" a doppia cruna dove veniva avvolto il filo e l'aghino adoperato soprattutto per rammendare.
I galleggianti venivano ricavati dalla corteccia della quercia da sughero mentre i pesi si ottenevano da sassi o più spesso da frammenti di laterizi bucati o anche da pezzi di tubo di piombo o ferro.
Attualmente le reti, prodotte industrialmente con filo di nylon, vengono acquistate presso i rivenditori e sono dotate di galleggianti in materiale sintetico e sagola piombata.
Le reti da parata sono costruite da singole pareti di reti unite l'una all'altra sino a formare una serie detta "n'cotta" e presentano caratteristiche diverse e maglie di grandezza variabile a seconda le specie ittiche a cui sono destinate.
La "retona", con maglie di circa 30 mm di lato, è adoperata per la cattura del coregone e viene gettata spesso alla deriva; la "perzichiéra" viene impiegata per la pesca di persici reali e lucci;
la "retoncina" serve soprattutto per la cattura della tinca mentre la "retina", dalle maglie molto piccole (8 - 10 mm. di lato) è utilizzata per la cattura dei latterini.
La "carpara", dalle maglie larghe e spesse, è attualmente poco diffusa e serve per l'apposita cattura di grosse carpe. Ormai quasi del tutto in disuso è "l'artana" adoperata per pescare le scardole (dette localmente lasche).
Nel Lago di Bolsena sono in uso anche varie reti da circuizione parziale o totale, utilizzate con tecniche di pesca a volte assai complesse.
Tra queste vi è la "bbastardona", un tramaglio adoperato soprattutto per la pesca della tinca al pari della "mazziatura", utilizzata sovente nottetempo battendo con un bastone il fondo della barca per scacciare i pesci verso la rete. Abbiamo inoltre la "cefolara" e la "cefolarétta" per la pesca dei cefali e la "ciammèlla" per circuire i branchi di latterini.
Sono diffusi anche i "bertovelli", ossia particolari reti coniche concentriche in modo che il pesce una volta entrato nella trappola finisce nel vertice, detto "còdio" senza la possibilità di poter fuoriuscire.
Sono utilizzati soprattutto per la pesca di anguille ma vi si catturano molte altre specie di pesci come tinche, persici reali, persici trota, ecc.
Si distinguono "l'artavèllo" (detto anche "artavellétto" o "artavelluzzo") di piccole dimensioni, che può essere gettato in acqua singolarmente in prossimità dei canneti acquatici o legati insieme a scappiatura sino a formare una serie di 50 - 80 elementi detta "n'còtta".
Da Settembre a Dicembre vengono utilizzati grandi e caratteristici bertovelli, detti artavelloni", destinati in particolare alla cattura delle anguille e soprattutto dei capitoni.
Davanti alla bocca della rete conica vengono posti due pareti di rete laterali, detti "l'ale", ed una centrale più lunga, detta "longarina", che hanno il compito di orientare i pesci all'interno della trappola.
Non è più in uso un particolare "artavellone a maije ceche" un tempo utilizzato per la pesca dei latterini.
I pescatori del Lago di Bolsena adoperavano, sino ad alcuni decenni fa anche alcuni tipi di rete a strascico attualmente vietati perché danneggiano i fondali. Tra questi vi era la "sciàbbica", una grande rete a strascico che veniva tirata da 4 - 6 pescatori, lo "zzoccolotto" dalle maglie molto piccole per la cattura dei latterini, e la "guada", una piccola rete a strascico provvista di manico e montata su un'intelaiatura a forma di delta che veniva adoperata per la cattura dei gamberetti.
Diffusi, soprattutto un tempo, i palamiti (dette localmente e genericamente "file") fermati appunto da un lungo filo (il téso) lungo il quale venivano legate delle cordicelle terminanti con un amo innescato con lombrichi, gamberetti, pesciolini o tranci di pesce. A seconda delle diverse caratteristiche i pescatori distinguono la "fila", la "filarella", la "linzara" per la cattura delle anguille; ed inoltre il "filaccione" non più in uso ed adatto per la pesca del luccio.
In disuso anche un piccolo palamite detta la "ima", lungo cento palmi e provvisto di cento ami, gettato in prossimità della riva e su fondali preferibilmente sassosi per la cattura di piccole anguille.
Altri strumenti provvisti di amo ma poco utilizzati dai pescatori professionisti sono la "tirlindana" (localmente detta "turlindana" o anche "lènza" o semplicemente "lamo") formata da un lungo filo di rame con il tratto terminale in filo di nylon a cui viene applicata un'esca artificiale provvista di amo.
Assai simile è il cosiddetto "tuppe tuppe" formato però da solo filo di nylon.
Tra gli strumenti di pesca sussidiari adoperati dai pescatori del Lago di Bolsena si possono ricordare la "cassarèlla" (detta comunemente anche "retino") che a volte è adoperata anche per la cattura diretta del pesca "al guado" ossia in prossimità dei canneti acquatici; è formata da una piccola sacca montata su un'intelaiatura rotonda (un tempo in legno di corniolo ed attualmente in metallo) e provvista
di manico.
Da ricordare anche il "setoro", una rete a forma di sacco che viene posta in acqua e funge come vivaio per le tinche. Un tempo erano in uso anche grandi "casse de légno" con pareti bucherellate per permettere il ricambio delle acque; venivano poste in prossimità della riva, possibilmente vicino alla foce di piccoli affluenti, per conservare"a vivo" le anguille. Attualmente tali pesci vengono messi "a vivo" in apposite grandi vasche.

 

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Oggi, giovedý 24 luglio 2014






 
 
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Ministero delle politiche agricole e forestali
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